Rhapsody, un tipo speciale di geografia interiore

Rhapsody, un tipo speciale di geografia interiore

a cura di Giorgio Barbetta

©MauroCorinti6

La rapsodia è un componimento caratterizzato dall’unire temi diversi in modo molto libero ricorrendo spesso all’improvvisazione. È un’opera la cui struttura non viene progettata a tavolino, ma nasce nel momento in cui viene prodotta, seguendo virtuosismo e ispirazione, sulla base di un canovaccio e di un repertorio preesistente. Prende il nome dai rapsodi, come erano chiamati i poeti greci che recitavano o cantavano sulla pubblica piazza le gesta in rima degli antichi eroi.

In genere si dice che gli antichi inventarono l’artificio della rima per ricordare meglio quei lunghissimi componimenti, di cui a noi sono giunte delle trascrizioni tarde che chiamiamo ad esempio Iliade o Odissea, in un tempo in cui ancora non esisteva la scrittura come supporto alla memoria. Classico modo di invertire causa ed effetto. Bisogna semmai intendere che fu la memoria, intessuta dentro la rima e il ritmo come modi di raffigurare il mondo cioè di piegarlo su di sé per farlo ritornare e danzare, a inventare gli “uomini” come effetto del loro stesso ricordare cantando.

©MauroCorinti13

Cosa cantavano, cosa ricordavano? Di nuovo la memoria, cioè gli antenati, insomma se stessi e la propria terra come luogo e custodia dei propri morti. Voltandosi indietro, da una giusta distanza, cantavano la propria memoria nel momento in cui potevano finalmente vederla: solo l’uomo infatti vede l’invisibile, l’assente, e solo l’uomo può dirlo. Posso dire “cavallo” ma non c’è nessun cavallo qui: il linguaggio non è che una continua evocazione di ciò che non c’è, del ricordo cantato e del suo ritorno “in figura”. Oggi noi chiamiamo tutto questo “epica”.

 

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