Rhapsody, un tipo speciale di geografia interiore

Rhapsody, un tipo speciale di geografia interiore

a cura di Giorgio Barbetta

©MauroCorinti6

La rapsodia è un componimento caratterizzato dall’unire temi diversi in modo molto libero ricorrendo spesso all’improvvisazione. È un’opera la cui struttura non viene progettata a tavolino, ma nasce nel momento in cui viene prodotta, seguendo virtuosismo e ispirazione, sulla base di un canovaccio e di un repertorio preesistente. Prende il nome dai rapsodi, come erano chiamati i poeti greci che recitavano o cantavano sulla pubblica piazza le gesta in rima degli antichi eroi.

In genere si dice che gli antichi inventarono l’artificio della rima per ricordare meglio quei lunghissimi componimenti, di cui a noi sono giunte delle trascrizioni tarde che chiamiamo ad esempio Iliade o Odissea, in un tempo in cui ancora non esisteva la scrittura come supporto alla memoria. Classico modo di invertire causa ed effetto. Bisogna semmai intendere che fu la memoria, intessuta dentro la rima e il ritmo come modi di raffigurare il mondo cioè di piegarlo su di sé per farlo ritornare e danzare, a inventare gli “uomini” come effetto del loro stesso ricordare cantando.

©MauroCorinti13

Cosa cantavano, cosa ricordavano? Di nuovo la memoria, cioè gli antenati, insomma se stessi e la propria terra come luogo e custodia dei propri morti. Voltandosi indietro, da una giusta distanza, cantavano la propria memoria nel momento in cui potevano finalmente vederla: solo l’uomo infatti vede l’invisibile, l’assente, e solo l’uomo può dirlo. Posso dire “cavallo” ma non c’è nessun cavallo qui: il linguaggio non è che una continua evocazione di ciò che non c’è, del ricordo cantato e del suo ritorno “in figura”. Oggi noi chiamiamo tutto questo “epica”.

 

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Tutti facciamo foto oggi. Tutti apparteniamo alla specie “homo photographicus”, ma questo non ha migliorato la nostra capacità di leggere le immagini. (Joan Fontcuberta)

Photographers
Galleria Ceribelli – Bergamo
Fino al 14 giugno 2015
Una mostra collettiva che raccoglie le immagini di otto giovani fotografi italiani che si sono misurati con progetti di ricerca personale. Tra questi, Luca Spano con le sue immagini della Sardegna ritratta con colori tenui ed elementi essenziali; la precarietà e l’individualismo nei bianchi e neri di Luca Argenton e le periferie del Messico nelle fotografie analogiche di Mauro Corinti.